Poesia del Rinascimento

Литература и культура эпохи Возрождения

Straparola: L’Augel Belverde (Notte IV, Favola III) // «Le Piacevoli Notti», 1550

Source

(testo da me riadattato in italiano contemporaneo; per favore, vedasi note a pié di pagina.)

(tradotta da: Edizioni Laterza, 1927)

Ancillotto, re di Provino, sposa la figlia di un fornaio, e con lei ha tre figli; questi, però, sono perseguitati dalla madre del re, ma grazie all’acqua di un melo e a un uccello, ritrovano poi il padre.

Disse Ludovica: «Mi è stato sempre raccontato, mie piacevoli donne, che l’Uomo fosse la più valorosa e nobile creatura al mondo, e che per questo motivo, Dio l’avesse creato a sua immagine e somiglianza, col desiderio che fosse felice. E per questo si dice che l’Uomo è l’animale superiore a tutti gli altri, poiché tutti, compresa la donna, siano inferiori a lui. Da qui deriva il peccato mortale dell’omicidio di una creatura così importante. Non c’è quindi da meravigliarsi, se i malvagi trovano loro stessi la morte nel cercare di uccidere un loro simile. Questa è l’indegna fine che fecero quattro donne, che, cercando di fare la pelle altrui, finirono per perdere la loro. Lo apprenderete presto dalla favola che sto per raccontarvi.»

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Nella regale città di Provino, vivevano una volta tre sorelle, belle d’aspetto e gentili d’animo quanto di buone maniere, ma di basso lignaggio, poiché erano figlie di un fornaio, mastro Rigo, che sfornava il pane per gli altri. Queste ragazze si chiamavano rispettivamente, Brunora, Lionella e Chiaretta. Un giorno successe che tutte e tre si trovassero in un giardino che amavano tanto, mentre passò di lì per caso Ancillotto, il re, mentre andava a caccia a passare il tempo. Brunora, che era la sorella maggiore, vedendo quella bella e onorevole compagnia, disse alle sorelle: «Se io avessi come marito il maestro di casa del re, mi piace pensare che sarei capace di saziarne tutta la core con un solo bicchiere di vino. «E io,» disse Lionella, «sono sicura che se il mio sposo fosse il cameriere personale del re, potrei filare tanta tela con un sol fuso, da tessere meravigliose camicie per tutta la sua corte.» «Mentre io,» disse Chiaretta, «sono sicura che se avessi il re per marito, potrei dargli tre figli con una sola gravidanza, due maschi e una femmina; e tutti e tre avrebbero dei lunghissimi capelli legati da finissimo oro, e al collo porterebbero una collana, e una stella in fronte.» Queste ultime parole furono udite da un cortigiano, il quale subito corse a riferire al re, raccontandogli per filo e per segno ciò che aveva sentito dire dalle tre sorelle. Il re, udendo questo discorso, le mandò a chiamare subito, le interrogò una per una, per avere la conferma di quanto avevano detto discorrendo tra loro nel giardino; esse con somma riverenza risposero a tutte le sue domande, e Ancillotto ne restò molto soddisfatto e compiaciuto. Decise quindi di prendere in moglie Chiaretta, mentre diede Brunora al maestro di corte, e Lionella al cameriere, e, lasciata perdere la caccia, ritornarono tutti quanti al palazzo, dove avvennero le nozze.

Purtroppo, però, la madre di Ancillotto non fu per niente contenta di sapere che per quanto bella, dolce e gentile, suo figlio avesse per sposa una popolana, e riteneva che questo matrimonio non si confacesse ai nobiluomini del suo rango; e non poteva neanche permettere che un maestro di corte e un cameriere fossero divenuti per matrimonio cognati del re. Allora crebbe in lei tanto odio verso la nuora, da non poterla più sopportare; tuttavia, per non contraddire il figlio, non diede a vedere il suo odio.

Avvenne poi che per volere di Dio, Chiaretta rimase presto incinta; il re era al colmo della gioia, e non vedeva l’ora di vedere nascere i figlioli che lei stava per dargli, come promesso, ma proprio in quel periodo dovette partire a cavallo verso un paese straniero, dove sarebbe rimasto per alcuni giorni: pensò quindi di far bene ad affidare la sua sposa e i suoi figli in arrivo alla madre, raccomandandosi calorosamente affinché ella si prendesse molta cura di loro; ovviamente lei non sopportava la nuora, tuttavia non disse nulla e promise di prendersene cura.

Partito dunque il re, la regina partorì tre figli, che erano appunto due maschi e una femmina, e proprio come aveva promesso, tutti e tre avevano i capelli inanellati e sparsi sulle spalle, legati con una catenella d’oro e una stella in fronte. La perfida suocera, che non provava la minima pietà, si accese ancora di più di odio, decise di condannarli a morte tutti e tre, senza che nessuno sapesse mai la verità, così da screditare per sempre l’odiata nuora agli occhi del suo sposo. Purtroppo, a favore della suocera e a sfavore di Chiaretta,giocava un ruolo complice il cresciuto sentimento di gelosia che era nato nel cuore delle sorelle, per la fortuna che le era capitata, le quali con le loro tresche facevano di tutto per mettere ancora più in cattiva luce Chiaretta agli occhi della suocera; si capisce così, quanto facilmente la perfida vecchia avrebbe trovato delle sicure alleate nelle sorelle della nuora.

Il caso volle che quando la regina partorì, nella corte del re c’era anche una cagna che mise al mondo tre cuccioli botoli, che per combinazione, avevano anch’essi una stella in fronte e un segno bianco sul collo. Allora le invidiose sorelle furono prese da un istinto diabolico, e tolsero i cuccioli che ancora erano attaccati al seno materno, e li portarono dalla madre del re; fecero un lungo inchino e dissero: «Nostra Signora, noi sappiamo che Voi avete in antipatia nostra sorella, e giustamente, per aver sposato vostro figlio nonostante le sue umili origini, e ciò la rende indegna e inadatta ai vostri occhi ad occupare il trono. E noi, quindi, sapendo questo, siamo venute per portarvi giusto questi tre cani botoli che, esattamente come i figli partoriti da nostra sorella, hanno questa stella in fronte. Ora diteci, cosa ne pensate?» La qual cosa subito attizzò la fantasia perversa della suocera, che ebbe l’idea di mostrare i cani a Chiaretta e dirle che quelli erano i figli che aveva appena partorito; sapeva di poterlo fare, dal momento che la poverina non aveva ancora visto la prole, e perciò poteva essere facilmente ingannata. E per fare in modo che la verità non venisse mai fuori, ordinò alla comare che aveva fatto da levatrice durante il parto, di serbare il segreto, e confermare alla regina che effettivamente aveva messo al mondo tre cani anziché tre bambini. Fatto questo, la suocera e le sorelle si recarono al letto di Chiaretta, le misero in grembo i tre cani e le dissero: «Ecco il frutto del tuo seno, regina. Serba con cura questi doni preziosi che hai fatto al re tuo marito, così sarà contento quando tornerà:» E aggiunsero beffardamente che sono cose che capitano a volte. Così, le tre scellerate avevano portato a compimento la loro missione diabolica, destinando tre creature innocenti a crudele morte. Fecero fabbricare una cassettina dove riposero i tre bimbi, e li lasciarono al loro destino affidandoli al fiume, sicure che presto avrebbero fatto una brutta fine; ma il Signore Dio che è buono e giusto, non poteva permettere il delitto di tre creature innocenti, e fece così in modo che non capitasse a loro alcun male: proprio in quel momento, passò sulla riva del fiume un mugnaio di nome Marmiate, il quale, vedendo la strana cassettina, l’afferrò e l’aprì, e vide che dentro c’erano tre pupi che ridevano; e vedendo che erano molto belli, pensò che furono figli di qualche nobildonna, che li aveva abbandonati per qualche losco motivo. Richiuse quindi la cassetta e se la portò a casa e la mostrò alla moglie, che si chiamava Gordiana, e le disse: «Guarda, moglie mia, cosa ho trovato sulla riva del fiume: te ne faccio dono.» Alché la buona donna, vedendo quei poveri bambini sventurati, li accolse in casa sua e li amò come fossero figli suoi, e per essere stati trovati in mezzo all’acqua, chiamarono i due maschi Acquirino e Fluvio, e alla femmina diedero il bel nome di Serena.

Nel frattempo, re Ancillotto pregustava il suo ritorno, e felice come una Pasqua, non vedeva l’ora di conoscere i bei figlioletti che la sua sposa gli aveva promesso, ma sfortunatamente per lui le cose non andarono come sperava, poiché l’astuta madre, nel vederlo tornare, gli corse incontro, e subito gli raccontò che la sua brava moglie, invece di tre cristiani, aveva messo al mondo tre cani. Lo condusse quindi nella stanza in cui ancora giaceva disperata Chiaretta, e gli mostrò i tre cuccioli. Chiaretta pianse disperatamente, e negò di averli partoriti, ma le perfide sorelle fecero il gioco di sua suocera, confermando che era tutto vero. Allora il re s’incupì molto per questo fatto, e quasi svenne dal dispiacere; e quando rinvenne, rimase in dubbio a lungo, perché non sapeva se credere alla madre e alle cognate, o alla sua sposa. Alla fine si convinse a dare ragione a loro, e dal momento che la povera regina sopportava con stoica pazienza e nobiltà il disprezzo delle sorelle e della suocera, non ebbe il cuore di condannarla a morte, ma diede ordine che fosse rinchiusa sotto le cucine del palazzo, e che per cibo avesse gli scarti e la spazzatura che buttavano giù in quella cella puzzolente.

Mentre la disgraziata regina fu relegata a quella vita indecorosa, la buona moglie del mugnaio ebbe un figlio che chiamarono Borghino, e con amore e cura crebbe tutti e tre i bambini come fratelli. Ogni mese Gordiana tagliava e spuntava ai gemelli i loro bei capelli inanellati, e nel farlo, dalle loro chiome ricadevano delle grandi pietre preziose e perle bianche, le quali gioie fecero la fortuna del mugnaio, che divenne ben presto un gran signore. Così, egli, Gordiana, con Borghino e i tre gemelli vissero per anni nella tranquillità economica. Quando furono adolescenti, sentirono per caso il Marmiate e Gordiana parlare delle loro origini, e così scoprirono di essere stati adottati. Il loro dispiacere fu grande, ma chiesero ai genitori adottivi di poter partire per fare fortuna; Marmiate e Gordiana sul momento non avrebbero voluto lasciarli andare, perché non volevano rinunciare ai preziosi che avevano guadagnato e continuavano a guadagnare dai capelli dei gemelli, ma alla fine li accontentarono e i tre partirono. Camminarono a lungo, e dopo tre giorni giunsero a Provino, la città del re Ancillotto loro padre, e presero in affitto una casa, dove vivevano delle gemme e delle pietre preziose che ricadevano dalle loro chiome.

Accadde un giorno che re Ancillotto era a passeggio con i suoi cortigiani, e passò per caso davanti alla loro casa, e siccome i tre fratelli non avevano ancora visto il re, scesero le scale e gli andarono incontro, accogliendolo con una bella riverenza; e il re, che era un buon osservatore, si accorse della stella in fronte che avevano, e subito ebbe un tuffo al cuore, pensando che quei tre giovani potevano essere i suoi tre veri figli. Così si fermò e chiese loro: «Chi siete? Da dove venite?» Ed essi risposero umilmente: «Noi siamo poveri forestieri venuti ad abitare nella Vostra città.» E il re disse: «Bene, mi fa molto piacere, ma ditemi, come vi chiamate?» Il maggiore rispose: «Mi chiamo Acquitrino», il secondo: «Mi chiamo Fluvio», e la fanciulla infine: «E io sono Serena.» Allora il re disse loro: «Vorrei invitarvi tutti e tre domani a pranzo al mio palazzo. Vi prego di venire.» I tre gemelli, arrossiti dalla timidezza, non potendo dire no al re, accettarono l’invito. Tornato a palazzo, Ancillotto disse alla madre: «Sapete, oggi andando a spasso mi sono imbattuto in tre graziosi gemelli, due bei giovanetti e una bella fanciulla, tutti e tre con una stella dorata in fronte, che mi ha tanto ricordato come dovevano essere i miei poveri figli che Chiaretta mi aveva promesso.» Per non darlo a vedere, la perfida madre sorrise al discorso del figlio, ma dentro sentì una fitta al cuore per la paura, allora mandò subito a chiamare la comare complice, e le disse: «Siamo nei guai, comare mia! I figli del re sono vivi, e sono più belli che mai!» Alché quella rispose: «Com’è possibile, Maestà? Li affidammo al fiume perché fossero affogati nella cassetta, e da allora non ne abbiamo saputo più nulla. Come fate ora a sapere, Voi, che essi vivono?» E la regina madre rispose: «L’ho capito dalle parole del re, e da un racconto che mi appena fatto. Devi fare qualcosa per farli sparire, o rischiamo tutte quante la pelle.» E la comare la rassicurò: «State tranquilla, mia signora, che ho già in mente un piano per sbarazzarmi di loro.» Detto questo, la comare andò a casa dei fanciulli; trovò Serena da sola, e attaccò bottone. Dopo una lunga conversazione, le disse: «Hai mai avuto, figlia mia, la meravigliosa acqua che balla?» Serena rispose di no, e quella disse: «Oh, ma devi averla, ragazza mia! Sapessi che gran fortuna ti capiterebbe, se potessi averla.. sappi che se ti lavassi il viso con quell’acqua, diventeresti ancora più bella.» Allora la fanciulla chiese come poteva fare per averla, e la comare rispose: «Manda i tuoi fratelli a cercarla, che da queste parti ce n’è tanta.» Detto questo, tornò a palazzo. Quando i fratelli rientrarono, Serena li pregò accoratamente di andare a cercarle l’acqua che balla. Loro non volevano, e non sapevano neanche per che strada andare, ma Serena era molto dispiaciuta per il loro titubare, e alla fine cedettero per amore della loro cara sorella; presero un ampolla e partirono. Dopo aver cavalcato a lungo, giunsero a una fonte dall’acqua chiara e limpida, dove videro una colomba che si rinfrescava. La colomba non ebbe paura di loro e chiese: «Dove siete diretti, fanciulli?» E Fluvio rispose: «Cerchiamo la famosa acqua che balla.» «Oh, poveretti voi,» rispose la colomba, «Chi vi ma ha mandato in una missione così pericolosa?» «E’ nostra sorella, che la desidera tanto.» «Poveri fanciulli.. questa missione vi sarà fatale. Dovete sapere che il luogo dove sgorga l’acqua che balla brulica di belve feroci, e vedendovi, vi divoreranno sicuramente. Ma lasciate a me quest’incarico, voi rimanete qui al sicuro, ve la porterò io.» E così detto, prese sotto la sua ala l’ampolla e volò via; dopo aver raggiunto la fonte e riempito l’ampolla dell’acqua che balla, la riportò ai due giovani che l’aspettavano con grande ansietà. Ringraziarono caldamente la buona colomba, e presa custodia della preziosa ampolla, fecero presto ritorno a casa. La consegnarono a Serena, pregandola però di non affidar loro altri incarichi di questo tipo, poiché potevano rischiare la vita. Ma pochi giorni dopo, il re tornò a passare da loro, e chiese: «Come mai non siete poi venuti a pranzo l’altro giorno?» Ed essi risposero: «Siamo desolati, Vostra Maestà, ma siamo stati trattenuti da gravosi impegni.» Allora il re disse: «Vi aspetto in tutti i modi per il pranzo di domani, non mancate.» I gemelli si scusarono, e il re se ne tornò a palazzo, dove disse alla madre che aveva visto di nuovo i tre fanciulli; la regina madre ebbe un altro sussulto, poiché capì che anche questa volta il piano era fallito, ed essi erano ancora vivi. Mandò allora a chiamare la comare alla quale confidò le sue preoccupazioni, e quella la rassicurò che questa volta non avrebbe fallito. Uscì dal palazzo e si diresse a casa dei fanciulli. Come la prima volta, trovò Serena da sola, e le chiese com’era andata con l’acqua che balla, ed ella rispose che i fratelli gliel’avevano trovata, ma che avevano anche rischiato la vita. E la comare disse: «Bhè, figliola, a me farebbe piacere vederti con il pomo che canta, perché sono sicura che in tutta la vita non hai mai visto e sentito niente di più melodioso.» E Serena rispose: «Va bene, ma io non saprei proprio dove trovarlo, e dubito molto che i miei fratelli vogliano rischiare la vita una seconda volta.» «D’accordo, ma se sono stati capaci di portarti l’acqua che balla senza perdere la vita, vuol dire che sono in gamba, e certamente riusciranno anche in questa seconda impresa.» Detto questo, tornò al palazzo.

Quando Acquirino e Fluvio rientrarono, Serena li pregò di partire alla ricerca del pomo che canta, e disse che averlo era per lei talmente importante, che sarebbe morta di dispiacere se non l’avesse avuto. I fratelli si dissero spiacenti, ma che questa volta proprio non ne volevano sapere di partire, ma davanti ai pianti e alle insistenze della sorella, non ebbero più cuore di dire di no ed accettarono quest’altra missione. Dopo aver molto cavalcato, fecero sosta a un’osteria, dove chiesero all’oste se conosceva la strada per il pomo che canta. L’oste rispose di sì, ma disse anche che era impossibile portarlo via, perché il pomo si trovava in un bel giardino, dove stava a guardia un pericolo animale alato, che uccideva all’istante tutti coloro che osavano avvicinarsi. «Allora come possiamo fare noi per averlo?» E l’oste rispose: «Bene, ascoltatemi attentamente e riuscirete illesi nell’impresa. Prendete questa veste tutta ricoperta di specchi e portatela con voi. Poi uno di voi entrerà dall’uscio aperto con la veste indosso, mentre l’altro rimarrà a guardia fuori. L’uccellaccio arriverà subito a vedere chi è l’intruso, ma vedendo l’immagine di se stesso riflessa, cadrà subito a terra innocuo. Allora quello di voi che sarà entrato potrà cogliere il pomo dall’albero, e senza guardarsi indietro, fuggire fuori.» I fratelli ringraziarono caldamente l’oste per i buoni consigli, che misero in pratica con successo, e ben presto poterono tornare a casa con il pomo fatato, pregandola di nuovo di non fare più richieste così pericolose. Dopo molti giorni, il re si ripresentò a casa dei tre gemelli, e chiese il motivo per cui anche questa volta essi non si erano presentati al palazzo; e Fluvio rispose: «Non era nostra intenzione disubbidirvi, Maestà, ma altre urgenti incombenze ci hanno trattenuti.» Il re allora li esortò a presentarsi al palazzo per il pranzo del giorno dopo, e di non mancare a qualunque costo. Acquirino rispose che se fossero riusciti a liberarsi di certi affari, ci sarebbero andati senz’altro e con molto piacere. Ritornato al palazzo, il re disse ancora alla madre che aveva rivisto i tre gemelli, e che ancora una volta il vederli lo emozionava moltissimo, per quanto gli ricordavano l’antica promessa dei figli che un giorno aveva aspettato da Chiaretta. La regina madre sentì un grido di terrore, ancora maggiore delle altre volte, temendo che questa volta fosse veramente la fine. Allora, disperata, mandò a chiamare di nuovo la comare e le disse: «Io speravo veramente, comare mia, che a quest’ora i figli di mio figlio fossero bell’e morti, ma vedo che anche questa volta non è così, sono ancora vivi, e noi siamo sempre più in pericolo di vita; se si dovesse venire a sapere sarebbe la fine. Fate qualcosa, vi scongiuro!» Ma anche questa volta la comare la rassicurò: «State tranquilla, mia regina, perché questa volta sarete fiera di me, e vi giuro che non sentirete mai più parlare di quei ragazzi.» Allora corse subito da Serena e volle sapere se aveva ottenuto il pomo che canta; Serena rispose di sì, e l’astuta comare si fece sotto: «Pensa, ragazza mia, che potresti avere la cosa più bella e leggiadra che esiste al mondo.» «E di cosa si tratta?» «Si tratta dell’ Augel Belverde, figliola mia, il quale ha il dono della parola come i cristiani, e parla di notte e di giorno, dicendo cose meravigliose. Se tu riuscissi ad averlo, potresti dirti veramente beata.» Detto questo, messa la pulce nell’orecchio dell’ingenua fanciulla, prese commiato e tornò al palazzo.

Quando i fratelli tornarono, Serena andò loro incontro e li pregò con tutto cuore di soddisfare il suo desiderio di entrare in possesso del magico uccello, alché Fluvio, al solo pensiero della pericolosa belva che aveva dovuto affrontare, disse che non se la sentiva proprio di rischiare la vita per la terza volta; ma Acquirino, per quanto avesse anch’egli rifiutato ripetutamente di partire, alla fine si lasciò intenerire dai pianti strazianti dell’amata sorella, convinse Fluvio ad accontentarla anche questa volta, e partirono insieme alla ricerca dell’Augel Belverde. Dopo diversi giorni di cammino, giunsero a un bellissimo prato, nel cui centro sorgeva un alto e maestoso albero, circondato da tante strane e singolari figure di marmo che parevano vive, e lì vicino c’era un ruscello. E proprio sulle fronde di quell’albero rigoglioso, svolazzava trastullandosi felicemente l’Augel Belverde, proferendo parole e discorsi divinamente deliziosi. I fratelli scesero dai cavalli, che lasciarono sul prato a pascolare, e si avvicinarono alle statue di marmo. Bastò un timido tocco con le dita, che furono anch’essi tramutati in statue all’istante. Dopo che furono passati diversi mesi, Serena, vedendo che i fratelli non facevano ritorno, angosciata, cominciò a piangere la loro perdita, finché tra le lacrime un impulso la spinse a tentare l’impresa e volle andare lei stessa a cercarli. Cavalcò tanto, ma la buona sorte la condusse nel medesimo giardino dove dimorava l’Augel Belverde, che deliziava al solo sentirlo parlare. Entrata nel giardino, subito riconobbe i cavalli dei fratelli che ancora pascolavano beatamente, e avvicinandosi a due statue dall’aspetto familiare, riconobbe in loro i fratelli, e ne rimase sconvolta. Smontò allora da cavallo e si avvicinò all’albero, dove tese il braccio, e l’Augel Belverde le vi si pose sulla mano. Vistosi così catturato, pregò la fanciulla di lasciarlo libero, che al momento del bisogno le avrebbe dimostrato la sua gratitudine. Ma Serena rispose che non poteva assolutamente liberarlo se prima non avesse salvato i suoi fratelli. Allora l’Augel Belverde disse: «Guardami sotto l’ala sinistra, ci troverai una penna più verde delle altre, con dei segni gialli. Prendila, e sfrega con quella gli occhi delle statue, e come li avrai sfiorati i tuoi fratelli torneranno in forma umana.» Serena fece come le disse l’Augel Belverde, e subito i fratelli ritornarono in vita. Felici, i tre si baciarono e abbracciarono. Avendo accontentato il desiderio della fanciulla, l’Augel pregò Serena di ridargli la libertà, promettendo che se un giorno si fossero rincontrati e se avessero avuto bisogno di aiuto, lui sarebbe giunto in loro soccorso. Ma Serena, non ancora contenta, disse che non l’avrebbe liberato fino a quando non avessero scoperto chi erano e dove vivevano i loro veri genitori, e lo pregò di portare ancora pazienza. Poi discussero a lungo su chi doveva tenere l’uccello, e alla fine giunsero all’accordo che l’avrebbe tenuto Serena, la quale l’avrebbe custodito con amore e cura; salirono sui loro cavalli e tornare felici tutti e tre con l’Augel Belverde a casa. Il re, che da tempo non li aveva più visti, si preoccupò molto e chiese ai vicini se per caso avessero notizie di loro, ma invano. Quando furono di ritorno, non passarono due giorni che il re si fece vivo di nuovo, e volle sapere come mai per tanto tempo erano spariti. Rispose Acquirino che avevano avuti tutti e tre delle gravi sventure, e solo per questo non si erano potuti ancora recare al palazzo, ma che sarebbero stati lieti di fare qualunque cosa era in loro potere per omaggiare il sovrano. Il re, tutto contento e commosso per i pericoli scampati da quei tre giovinetti, questa volta non volle tornare a palazzo senza di loro, e così, senza farsi vedere, Acquirino portò con sé l’acqua che balla, Fluvio il pomo che canta, e Serena l’Augel Belverde, e tutti e tre contenti seguirono il re al palazzo reale. Entrati, si misero tutti a tavola. La malvagia madre del re e le cattive sorelle della regina Chiaretta, vedendo quei fulgidi fanciulli così graziosi e di buone maniere, subito sospettarono qualcosa e cominciarono ad agitarsi assai. Finito il pasto, Acquirino disse al re: «Maestà, prima di lasciarci, vorremmo mostrarvi delle cose meravigliose che sicuramente vi piaceranno molto.» E presa una tazza d’argento, vi versò dentro l’acqua che balla, e la pose in tavola. Poi Fluvio tirò fuori dal taschino il pomo che canta e lo posò sulla tavola, accanto all’acqua che balla; infine, Serena, che teneva in grembo l’Augel Belverde, non tardò a mostrarlo a tutti, mettendolo in tavola accanto alle altre due meraviglie. Allora il pomo cominciò a intrattenere tutti con un maestoso canto, l’acqua, al suono del canto si mise a ballare graziosamente, e per questo magnifico spettacolo tutti i presenti furono invasi dalla gioia. Tutti, tranne le tre malefiche donne che cominciarono a sudare freddo dalla paura di ciò che sospettavano. Terminato il canto e il ballo, fu la volta dell’Augel Belverde che cominciò a parlare e disse: «O sacro e giusto re, secondo Voi, che punizione meriterebbe colui che ha tentato alla vita di due innocenti fanciulli e di una fanciulla?» Pensando di farsi furba, la madre del re rispose per prima: «Meriterebbe di perire sul rogo», e la stesso confermarono le scaltre sorelle di Chiaretta. Allorché l’acqua che balla e il pomo che canta alzarono le loro voci e dissero: «Ah, falsa e perfida madre, la tua stessa lingua ti ha condannata alla pena che stai per scontare! E anche voi, crudeli e invidiose sorelle, sconterete la medesima pena insieme a lei e alla comare levatrice che fu complice del vostro piano perverso.» Udendo questo discorso, il re rimase sorpreso e non capiva come fosse possibile; allora l’Augel Belverde spiegò al sovrano e a tutta la corte: «Mio sacro e giusto re, sappi che questi tre bei giovani che hai davanti sono i tuoi figli tanto sospirati, e che con l’inganno ti furono sottratti il giorno della loro nascita. E mentre noi siamo qui, la poveretta della loro madre, che è stata ingiustamente accusata, giace in quella cella tetra e puzzolente, dove tu l’hai relegata ingiustamente per tutti questi anni.» Allora il re mandò subito dei cortigiani a liberare la povera regina da quell’orribile pigione, e fattala ripulire e rivestire con magnifici abiti, la fece condurre a sé; la povera Chiaretta, nonostante le umiliazioni e le sofferenze subite in tutto quel tempo, era ancora bella come una volta, e allora l’Augel Belverde alla presenza di tutti raccontò per filo e per segno come si erano svolti i fatti nel minimo dettaglio. Messo al corrente di tutto, e avendo capito la grave ingiustizia che aveva commesso verso sua moglie, e immensamente felice di aver ritrovato finalmente i loro figli, tutti e quattro si lasciarono andare a un caloroso abbraccio, piangendo calde lacrime di gioia. Nella felicità del momento, nessuno di loro fece più caso ai tre essere fatati, i quali scomparvero nel nulla. E una volta riuniti, il re comandò che sua madre, le cognate e la comare complice fossero arse vive senza pietà nella pubblica via. E finalmente, il re Ancillotto visse felice e contento con sua moglie e i suoi cari figli, e dopo aver maritato la loro figliola Serena con un nobile re, lasciarono il loro trono ai figli maschi, i quali regnarono a lungo per tanti anni.

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Questa fiaba è stata esaminata, tradotta e riadattata da me stessa in italiano moderno. Chiunque desideri questa traduzione per le proprie pagine web, può prelevarla liberamente, purché ne citi cortesemente la fonte, in segno di rispetto per il mio lavoro. Grazie. Vale76

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