Poesia del Rinascimento

Литература и культура эпохи Возрождения

Le Donne nella Storia Letteraria Italiana

1.

Le rubriche
Le Donne nella Storia Letteraria Italiana
di Gioia Guarducci
tratto da L’Alfiere, rivista letteraria della «Accademia V.Alfieri» di Firenze

http://www.accademia-alfieri.it/pagine/donne1.htm

Nelle conversazioni tra amici, che, come me, si dilettano di letteratura, ci siamo spesso chiesti quanta parte abbia avuto la donna nella storia letteraria italiana dalle origini fino ai giorni nostri. Se andiamo con la mente ai ricordi scolastici dobbiamo constatare che pochissimi nomi femminili tornano alla memoria, anzi tra i «Grandi» proprio nessuno.
D’altronde, in epoche in cui (salvo poche classi privilegiate) si faticava a mettere insieme il pranzo con la cena, la cultura o anche il solo saper «leggere e scrivere» era patrimonio di pochi uomini, e dico proprio «uomini» perché alle donne, eccetto rare eccezioni, non veniva fornita una educazione letteraria.

Ciò nonostante mi sono accinta, per pura curiosità intellettuale, a sfogliare con puntigliosa diligenza sia la Storia della Letteratura Italiana sia le più usate Antologie dei nostri Licei.
Vuoi vedere, mi sono detta, che non si trovi almeno tra gli autori «minori» qualche nome femminile?
Invece proprio all’inizio della mia ricerca, per buon viatico, mi sono imbattuta in un testo del XII secolo, molto diffuso all’epoca, dall’emblematico titolo «Proverbi sulla natura delle donne».
E’ questo un poemetto (in quartine monorime di versi alessandrini) che, con intento didascalico e accusatorio, getta discredito su tutte quante le donne, da Eva alla Marchesa di Monferrato, non risparmiando fanciulle o maritate e neppure … le monache!
Il tono intimidatorio usato dall’autore non favoriva all’epoca qualche poveretta, che avesse avuto in animo di metter mano alla penna!
Proseguendo nella mia indagine ho visto che i primi documenti in lingua italiana trattano di argomenti, che forse poco si addicevano all’indole femminile: poemi di natura allegorica o didascalica, poemi epici, invettive politiche, canti goliardici.
Ci sono anche inni o laudi di carattere religioso, ma forse se qualche donna pur ne avesse composti non avrebbe trovato il coraggio, né il modo di pubblicizzarli.

La poesia d’amore, tema più congeniale all’animo femminile, ebbe inizio in Italia su imitazione della poesia Provenzale ed acquisì vera indipendenza letteraria con i poeti della Scuola Siciliana.
Mentre, però, in Provenza la presenza di poetesse non è del tutto ignota, qui da noi non se ne trova traccia.

Unica eccezione, nel 1200, si ha con una poetessa fiorentina, che conosciamo sotto lo pseudonimo di:

COMPIUTA DONZELLA (Significativo è l’uso di un nome d’arte in un’epoca in cui nessun poeta riteneva opportuno di doversi celare!).
Di lei, vissuta nel XIII secolo, rimangono solo tre aggraziati sonetti di stile siciliano-provenzaleggiante.
Il più noto dei tre è il seguente:

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore

ed io di ciò non ho disio né voglia,
e in gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Di questi versi il critico A. Momigliano dice: «L’ultima terzina è di una sobrietà da vero poeta; e tutto il sonetto adombra in poche linee di misurata tristezza il dramma di un’anima raccolta e pensosa».

Con l’avvento del Dolce Stil Novo, la donna crebbe d’importanza, non tanto come autrice di versi, ma in quanto simbolo di gentilezza e di virtù, sorgente di purificazione spirituale, mezzo per elevarsi fino a Dio.
In questa stessa epoca non mancarono comunque rimatori realistici, che attraverso versi di eredità giullaresca, ignorando il modello della «donna angelicata», cantarono la donna fatta di carne ed ossa, l’amore fisico, il gioco da taverna e la febbre dei sensi.
Ad ogni modo è da allora che la donna, venerata come angelo o desiderata solo come oggetto di brama sensuale, entra in qualche modo nel mondo della poesia.

Dobbiamo, però, arrivare alla seconda metà del XIV secolo per trovare una presenza femminile tra gli autori di cui ci è stato tramandato il nome e l’opera.
Tra gli scrittori a carattere religioso spicca una giovane donna, destinata a esser presto canonizzata:

— CATERINA DA SIENA (1347-1380), con le Lettere e Il Dialogo della Divina Provvidenza.
Secondo la critica letteraria, però, questi scritti, pur pieni di fervore apostolico e di enfasi mistica, non raggiungono un vero valore letterario, non avendo né il tono distaccato della confessione poetica, né il rigore di un assunto filosofico.

Successivamente nel XV secolo, nella Firenze Medicea, troviamo tra gli scrittori di sacre rappresentazioni

— ANTONIA GIANNOTTI PULCI con la sua Santa Guglielma, un esempio di teatro devoto, in cui sono inseriti molti elementi romanzeschi.
Ella andò sposa nel 1470 a Bernardo, fratello del poeta Luigi Pulci, autore del famoso poema eroicomico Morgante. E’ quindi lecito supporre che la sua notorietà sia dovuta almeno in parte al fatto di essere una nobile fiorentina con libero accesso alla corte di Lorenzo il Magnifico.

Sempre del XV secolo è:

— ALESSANDRA MACINGHI STROZZI ( Firenze 1407-1471), vedova di Matteo, nobile del casato degli Strozzi, che fu esiliato con i figli per ragioni politiche. Di lei, nel carteggio degli Strozzi, ora nell’Archivio di Stato di Firenze, sono state tramandate le Lettere ai figliuoli esuli. Queste sono lettere spontanee, scritte con l’immediatezza del parlare familiare, piene di buoni sentimenti e di tenerezza, ma prive di un qualsivoglia intento letterario.

Agli inizi del secolo XVI viene citata:

— TULLIA D’ARAGONA (1508-1556), una cortigiana, che, nata a Roma, visse in varie città italiane. Di lei abbiamo eleganti Rime di ispirazione amorosa secondo i canoni petrarcheschi e l’opera Dialogo della infinità di amore. Quest’ultimo è da alcuni critici attribuito a Benedetto Varchi, (forse perché scritto troppo bene per essere opera di una donna?)

Nel 1559 Ludovico Domenichi pubblica a Lucca il libro «Rime diverse di alcune nobilissime e virtuosissime donne». Questo avvenimento ci fa capire che, in un’epoca divenuta più colta e più libera, molte furono le donne, che coltivarono la poesia.

La critica letteraria non è, devo dire, molto favorevole nel giudicarle, almeno secondo il giudizio di studiosi come il nostro contemporaneo Natalino Sapegno, che scrive testualmente: «All’insegnamento petrarchesco si attengono come ad utile freno, pur nella loro naturale tendenza all’effusione immediata e disordinata del sentimento, le moltissime rimatrici del tempo».

Penso, comunque, sia doveroso ricordare qui i nomi delle poetesse, che ho trovato riportati nei libri di letteratura ad uso delle scuole:

— BARBARA TORELLI STROZZI (1475-1533), gentildonna parmense, cui viene attribuito un unico sonetto sulla morte del secondo marito Ercole Strozzi, assassinato pochi giorni dopo le nozze. E’ un sonetto molto ammirato per il vigore realistico, tuttavia, proprio per questo, recentemente la critica lo ha attribuito al poeta ferrarese Girolamo Baruffaldi.

VERONICA GAMBARA (1485-1551), contessa bresciana, che andò sposa a Gilberto, signore di Correggio. Rimasta vedova a soli 28 anni resse con fermezza il governo del suo staterello.
Scrisse rime aderenti al linguaggio petrarchesco tutte dedicate al marito, sia prima che dopo la morte di lui. Di questa poetessa abbiamo sia sonetti che raffinate canzoni, che raramente, dicono i critici, si elevano a vera altezza poetica, perché sono troppo ragionate.
Di lei leggiamo la seguente un’ottava:

Quando miro la terra ornata e bella
Di mille vaghi ed odorati fiori,
e che, come nel ciel luce ogni stella,
così splendono in lei vari colori,
ed ogni fiera solitaria e snella,
mossa da naturale istinto, fuori
de’ boschi uscendo e de l’antiche grotte,
va cercando il compagno e giorno e notte.

VITTORIA COLONNA, romana (1490-1547), che fu moglie del Marchese di Pescara. Rimasta presto vedova, visse un’intensa esperienza religiosa. Fu legata da amicizia con artisti del tempo, quali Michelangiolo e il poeta Galeazzo Tarsia. Scrisse anche lei rime di gusto petrarchesco con un linguaggio elegante, ma senza un vero abbandono poetico.
Del suo Canzoniere si trascrive questo sonetto:

A quale strazio la mia vita adduce
Amor, che oscuro il chiaro sol mi rende,
e nel mio petto al suo apparire accende
maggior desio della mia vaga luce.

Tutto il bel che natura a noi produce,
che tanto aggrada a chi men vede e intende,
più di pace mi toglie e sì m’offende,
ch’a più caldi sospir mi riconduce.

Se verde prato e se fior vari miro,
priva d’ogni speranza trema l’alma:
che rinverde il pensier del suo bel frutto

che morte svelse. A lui la grave salma
tolse un dolce e brevissimo sospiro,
e a me lasciò l’amaro eterno lutto.

FRANCESCA TURRINI BUFALINI, umbra di Città di Castello, (XVI sec.) di lei scarse sono le notizie sulla vita. Scrittrice di buona cultura, compose poesie sacre e delicate liriche petrarchesche, che rievocano i suoi affetti e la quiete di un’esistenza serena. I suoi versi vennero pubblicati a Roma nel 1595 e a Città di Castello nel 1608.
Suo è il seguente sonetto:

Cara, fida, secreta cameretta,
in cui passai dolente i miei verd’anni,
da cui la notte e ‘l dì piansi i miei danni,
mentre in te mi vedea chiusa e soletta;

quanto in ogni stagion fosti diletta,
alternando a me stessa i fregi e i panni,
ed a’ vari pensier spiegando i vanni ( i vanni: le ali)
o sonando e leggendo opera eletta!

Or con trapunti il giorno iva passando,
or con le Muse al fonte d’ Elicona,
ponendo in tutto ogn’altra cura in bando.

Ché a questo ogn’altro ben non paragona,
né dolcezza è maggiore di quella, quando
con lor dove si canta e si ragiona.

— TERRACINA LAURA (circa 1519-1577), nobile napoletana, verseggiatrice feconda, se pure non originale. Seguì, come le altre, i moduli petrarcheschi. Scrisse le Rime, poesia dai forti accenti morali e religiosi.
Famoso fu all’epoca il suo Discorso sopra il principio di tutti i canti d’ Orlando Furioso (1550).
Di lei non ho trovato riportata nessuna poesia.

ISABELLA DI MORRA (1520-1548) poetessa lucana. Si conosce la sua breve e tragica esistenza, ma solo poche poesie.
Figlia del feudatario della valle del Sinni che la lasciò, dopo che venne esiliato in Francia, affidata alle cure dei fratelli. Nella solitudine del castello paterno compose versi che esprimono profonda amarezza e solitudine. Strinse una relazione amorosa, con la complicità del precettore, con il poeta, nobile spagnolo Diego De Castro, che aveva un possedimento confinante col suo. Scoperta la vicenda, i fratelli uccisero lei, il precettore e infine il nobile amante.
Nel suo breve canzoniere che, va oltre l’imitazione del Petrarca, i critici hanno avvertito qualcosa di più di «una grezza testimonianza autobiografica» ed hanno messo in rilievo il suo senso accorato e malinconico della vita unito ad un accento poetico nuovo.

Da un alto monte ove si scorge il mare
miro sovent’ io, tua figlia Isabella,
s’alcun legno spalmato in quello appare ( legno spalmato: nave)
che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia avversa e dispietata stella
non vuol ch’alcun conforto possa entrare
nel tristo cor, ma di pietà rubella ( rubella: nemica )
la salda speme in pianto fa mutare.:

ch’io non veggo nel mar remo né vela
(così deserto è l’infelice lito)
che l’onde fenda, o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,
ed ho in odio il denigrato sito,
come sola cagion del mio tormento.

— CHIARA MATRAINI, lucchese nata nel 1514 e vissuta fin quasi alla fine del secolo, di cui si dice soltanto che scrisse rime petrarchesche di carattere amoroso.

— LAURA BATTIFERRI AMMANNATI (1523-1589) urbinate, moglie dello scultore Bernardo, che ha lasciato un Epistolario indirizzato al letterato Benedetto Varchi e le Rime di ispirazione idillica o religiosa.

Maggiore importanza viene attribuita a

GASPARA STAMPA, padovana (1523-1554), la quale ad otto anni, morto il padre, si trasferì a Venezia con la madre, la sorella e il fratello Baldassare (anch’egli poeta). Benché di modeste origini, si inserì bene nell’ambiente mondano della città.
Fu apprezzata cantante e poetessa (ella si dette il nome poetico di «Anassilla», dall’Anaxus, nome latino del fiume Piave, che scorreva presso le terre del suo grande amore, il conte di Collalto). Forse fu anche «cortigiana onorata», cioè cortigiana di alto rango culturale ed intellettuale.
Aveva venticinque anni quando conobbe il conte Collaltino di Collalto, con cui ebbe una accesa storia d’amore, durata circa tre anni. Per lui scrisse gran parte della rime del Canzoniere.
Ebbe successivamente altri amori e al Canzoniere affidò come ad una sorta di diario intimo, i suoi stati d’animo, e i moti segreti del cuore, non come grezza confessione, ma sapientemente sfumati, secondo i canoni poetici dell’epoca.
I critici del Romanticismo, forse anche per la sua morte precoce (aveva solo 31 anni), la giudicarono quasi una seconda Saffo, ma della poetessa greca non ebbe né la forza né la carica drammatica. Essa scrisse seguendo la moda del tempo, secondo il corrente gusto petrarchesco e rinascimentale. La sua lirica amorosa, pur ricca di effusione sentimentale, è troppo aggraziata e morbida, priva di un passionale trasporto.
La natura musicale di questa poetessa è evidente in tutti i suoi versi, che hanno infatti la facile orecchiabilità dei canti popolari.
Rotta la relazione con il Collalto, seppe descrivere con lieve grazia gli effetti del nuovo amore per Bartolomeo Zen, come possiamo leggere nel sonetto che segue:

Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco,
qual nova salamandra al mondo, e quale
l’altro di lei non men strano animale ( strano animale: la fenice)
che vive e spira nel medesmo loco.

Le mie delizie son tutte e ‘l mio gioco
viver ardendo e non sentire il male,
e non curar ch’ei che m’induce a tale
abbia di me pietà molto né poco.

Appena era anche estinto il primo ardore,
che accese l’altro Amore, a quel ch’io sento
fin qui per prova, più vivo e maggiore.

Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti dell’arder mio pago e contento.

Nel nuovo amore c’è una languida tenerezza, ma il tormento drammatico è lontano dall’anima della poetessa padovana.
Aggraziato è anche il sonetto che segue, in cui si rievoca, in una visione elegiaca, la notte d’amore appena trascorsa. Troviamo riproposti elementi manieristici, quali il riferimento al mito antico in cui Giove, per godere più a lungo l’amore di Alcmena, allungò la durata della notte.

O notte, a me più cara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da’ primi e da’ più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;

tu delle gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m’ha legata.

Sol mi mancò che non venni allora
la fortunata Alcmena, a cui sté tanto
più che l’usato a ritornar l’aurora.

Pur così bene io non potrò mai tanto
Dir di te, notte candida, ch’ ancora
Da la materia non sia vinto il canto.

Verso la fine del secolo, quando all’imitazione petrarchesca si sostituì una poesia che cercava di aprirsi, pur tra tante sovrastrutture di maniera, ad aspetti più realistici, troviamo la cortigiana veneziana

VERONICA FRANCO (1546-1591), cortigiana di grande intelligenza e buona cultura. Intrattenne numerose relazioni con nobili e letterati del suo tempo. Di lei rimangono, oltre a un gruppo di sonetti, le Terze rime e le Lettere familiari a diversi.
Il Tintoretto dipinse un suo ritratto e si dice che Enrico di Valois, prima di tornare a Parigi, per essere incoronato re di Francia col nome di Enrico III, si fermasse a Venezia proprio per esserle presentato.
Le Terze Rime si possono definire lettere in versi sui più svariati argomenti, ma soprattutto sull’amore, sulla gelosia, sul ricordo di luoghi cari all’autrice, come Venezia o la campagna di Fumane nella Valpolicella.
Lo stile della poetessa è decoroso, non convenzionale e, nella confessione dei suoi amori, venato da una schietta sensualità .
Audaci dovettero sembrare ai suoi contemporanei parole come quelle della poesia che segue:

Certe proprietadi in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o versi altrui mai non espose…
Così dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sì che quel, che strettissimo parea,
nodo dell’altrui amor divien più stretto.

( proprietadi: proprietà)

Le terzine sotto riportate sono sempre tratte dalle Terze Rime e parlano del sentimento di quieta amicizia per l’uomo un tempo amato che torna dopo molti anni :

Del mio passato amor dalla potenza
queste faville in me sono rimaste,
più temperate e di minor fervenza;
da queste accesa, le mie voglie caste
in quella guisa propria di voi formo,
che ‘l santo amor a circonscriver baste.
In amicizia il folle amor trasformo,
e, pensando alle vostre immense doti,
per imitarvi l’animo riformo;
e, se ‘n ciò i miei pensier vi fosser noti,
i moderati onesti miei desiri
non lascereste andar d’effetto vuoti.

Proprio alla fine del secolo, quando era nell’aria già un presentimento del gusto barocco, ci imbattiamo in una autrice di favole pastorali, che venivano rappresentate in teatro:

— LAURA GUIDICCIONI, lucchese (1550-1599) moglie del compositore Lucchesini, visse a Firenze alla corte dei Medici. Amica del musicista E. de’ Cavalieri compose sulla sua musica (tra il 1590 e il 1595) il Satiro e la Disperazione di Fileno.

Squarci realistici si ritrovano nelle rime di una poetessa padovana che fu anche una famosa attrice di teatro:

— ISABELLA ANDREINI (1562-1604), la quale intrattenne rapporti con i maggiori letterati dell’epoca come il Tasso, il Marino, il Chiabrera.
Purtroppo non ho trovato nessun testo che riportasse i suoi versi.

Se il Rinascimento aveva affermato la libertà dell’individuo, il secolo successivo riafferma, sotto la forma appariscente e fastosa, una disciplina tutta formalistica.

Nel Seicento, infatti, in ogni genere letterario si accentua la fissità delle regole, si esaspera il formalismo e il precettismo, che mascherano l’inerzia del pensiero. Di questo secolo Leopardi disse :»L’Italia ebbe allora versi senza poesia».

Migliaia di versi e nessun vero poeta. Antesignano di quest’epoca è il Marino, il quale asseriva:

E’ del poeta il fin, la meraviglia;
chi non sa far stupir vada alla striglia.

In questo secolo scarsa è la presenza di nomi femminili nella nostra Letteratura, infatti troviamo citate solamente:

— LUCREZIA MARINELLA, poetessa appartenente ad una nobile famiglia veneziana che scrisse in versi e in prosa. Di lei si ricorda in particolare un poema epico-religioso sulla IV Crociata, dal titolo Enrico ovvero Bisanzio acquistato.

— MARGHERITA SARROCCHI, colta poetessa napoletana (morta a Roma nel 1618), che dapprima fu amica di G.B.Marino e poi lo criticò per i suoi canoni poetici. Donna di viva intelligenza, difese nei suoi scritti le tesi di Galileo Galilei.
Scrisse in italiano e in latino, di lei si citano le Lettere e un poema Scanderbeide, pubblicato postumo nel 1623.

Verso la fine del XVII secolo nacque a Roma l’Accademia Letteraria che fu detta Arcadia, i cui ideali poetici si diffusero negli anni successivi in tutta l’Italia.
Il carattere di questa Accademia fu di forte richiamo ad una vita più semplice, lontana dai fasti dell’epoca barocca. I suoi iscritti si dissero «pastori» e presero nomi d’arte derivati dalla tradizione pastorale classica. Essi cantarono una vita idilliaca tutta vissuta nella cornice di una campagna ideale e rarefatta. Il verseggiare aggraziato dell’Arcadia, nella sua morbida musicalità, fu a lungo di moda.

Tra i letterati del XVIII secolo, appartenenti all’Arcadia vi furono certo molte dame, però conosciamo, almeno per quello che riportano alcuni testi scolastici, solo poche presenze femminili :

— MARIA SELVAGGIA BORGHINI (1656 — 1731), pisana, poetessa e Accademica degli Stravaganti, tradusse dal latino le Opere di Tertulliano. Scrisse numerosi sonetti e canzoni. Ci rimane di lei anche un epistolario con i più illustri letterati del suo secolo.

— FAUSTINA MARATTI, poetessa e bellissima moglie del poeta arcade G.B. Zappi* (conosciuto anche con il nome bucolico di Tirsi Leucasio) di cui vengono ricordati i tristi ed eleganti versi scritti per la morte del figlioletto.

*[ Dei versi inzuccherati di quest’ultimo lo scrittore Giuseppe Baretti, in polemica con tutti questi poeti, da lui considerati «perdigiorno» per le scipite «pastorellerie», scrisse : «Oh cari que’ suoi smascolinati sonettini, pargoletti piccinini, mollemente femminini, tutti pieni d’amorini» ]

— ISABELLA PIGNONE DEL CARRETTO

— TERESA ZANI

— PETRONILLA PAOLINA MASSIMI

Di loro come di tutte le altre poetesse arcadi viene detto, forse un po’ ironicamente, che nei loro versi vagheggiarono soltanto una vita quieta a contatto con una natura artificiale, fatta di verdi boschi e chiari ruscelletti.

Verso la fine del XVIII secolo, raggiunse una certa notorietà la marchesa, patriota napoletana di padre portoghese, finita sul patibolo a soli 47 anni:

— ELEONORA DE FONSECA PIMENTEL (1752-1799).
Da giovane fece parte dell’Arcadia e scrisse poesie di buona fattura, specialmente cinque sonetti in morte del figlioletto. Nella maturità, diresse, scrivendolo lei stessa quasi per intero, il giornale Monitore Napoletano, con cui cercò di avvicinare i ceti medi agli ideali della rivoluzione napoletana.

Nel XIX secolo, con la poetica nuova, più robusta e passionale, del Romanticismo, tra la schiera infinita di letterati e rimatori si trovano un discreto numero di scrittrici o poetesse.
Per prima è rammentata una scrittrice di novelle e racconti, che risentono dell’influsso del Manzoni , ma che anticipano in parte alcuni aspetti del Verismo:

— CATERINA PERCOTO (1812-1887), friulana. Tra le sue opere vi sono i Racconti, e le Novelle popolari.

Del secondo Ottocento è la milanese :

— ANNA RADIUS ZUCCARI (1846-1918), conosciuta come NEERA, (pseudonimo tratto dal nome di eroine mitologiche della poesia classica), che scrisse numerosi romanzi insieme a libri di poesie e racconti (in parte autobiografici), improntati a un tono intimistico e tardo-romantico.
Ritrasse un mondo femminile fondato su una salda riflessione morale ed ancorato a tradizionali ed ordinati principi.
I critici trovano la sua prosa dignitosa, ma un tantino opaca e generica.

Più famosa è invece la scrittrice ( e giornalista), nata a Patrasso, Grecia, da padre italiano emigrato là per lavoro e da madre greca:

— MATILDE SERAO, che fin dalla primissima infanzia (dal 1860) venne a vivere a Napoli.
A 22 anni entrò nella redazione del Corriere del Mattino, successivamente collaborò con molti giornali dell’epoca.
Sposò lo scrittore e giornalista Edoardo Scarfoglio, dal quale ebbe quattro figli.
Fondò con lui Il Corriere di Roma e poi passò al Corriere di Napoli, infine diede vita al quotidiano Il Mattino.
Separatasi dal marito nel 1902, fondò Il Giorno, che diresse fino al 1927, anno della sua morte. Scrisse molti romanzi di stile tardo romantico-verista, tra i più famosi: Il ventre di Napoli e Il paese di Cuccagna.

Curiosità, anche per la sua tragica fine, suscitò la figura di:

EVELINA CATTERMOLE MANCINI (1849-1896), fiorentina di padre scozzese, che, dopo una vita travagliata da amori burrascosi, fu assassinata dall’uomo col quale conviveva.
Con lo pseudonimo di CONTESSA LARA scrisse una raccolta di Versi (1883), che ebbe notevole successo.
Nel suo stile già si avverte il segno del prossimo Decadentismo, specie per l’estetismo, per il gusto dell’esotico, dell’erotismo e dei simboli.
La sua è una poesia di confessione autobiografica, un diario confidenziale dell’animo femminile, come possiamo capire da questi versi:

Ed eccomi qui sola a udire ancora
Il lieve brontolio de’ tizzi ardenti;
Eccomi ad aspettarlo: è uscito or ora
Canticchiando co’l sigaro tra i denti

Gravi faccende lo chiamavan fuora:
Gli amici, a ‘l giuoco de le carte intenti
Od un soprano che di vezzi infiora
D’una storpiata melodia gli accenti.

E per questo riman da me diviso
Fin che la mezzanotte o il tocco suona
A l’orologio d’una chiesa accanto.

Poi torna allegro, m’accarezza il viso,
e mi domanda se son stata buona,,
senza nemmeno sospettar che ho pianto.

Sentite e semplici sono però le parole d’amore di questi versi:

Una lanterna giapponese accende
d’un vermiglio riverbero i ricami
del grande arazzo, ove un guerrier discende,
tutto d’oro, d’un loto alto fra i rami.

Qui sono i versi suoi dentro uno scrigno
niellato da un mastro fiorentino,
e in una coppa a cui si avvolge un cigno
ho un suo mazzo di rose a me vicino.

Ma le strofe che han musica d’amore
quale non l’udì mai regina in soglio,
le rose che de’ suoi baci hanno odore,
non mi bastano più: lui solo voglio…

Una vena più fortemente realistica, che spazza via il vecchio luogo comune che vede nelle poetesse solo la languida, intima effusione del sentimento, la troviamo in

VITTORIA AGANOOR POMPILJ (1855-1910), padovana di origine armena.
Essa ritrasse la passione amorosa senza una vera partecipazione emotiva, ma come schema convenzionale di relazioni umane, come studio di comportamento sociale, per una sua curiosità astratta ed intellettuale relativa al rapporto tra individuo ed individuo. Questa autrice arriva a pensare che vi sia una sorta di incomunicabilità tra gli esseri umani
Prendiamo ad esempio una poesia dove evoca i suoi cari:

O morti, dite una parola, dite
Una parola!…Con l’orecchio io tendo
Tutta l’anima mia…Passa una nube
E l’erba trema…Oh certo voi m’udite,
mi parlate…e son io che non v’intendo.

Oppure la poesia Dialogo:

Noi parliamo, ma so io
quel che pensate
veramente? E voi sapete
quello ch’io penso?
Van le parole e un sottile velo di riso
Spesso ne maschera il senso

Una famosissima scrittrice verista di questo periodo è stata:

— GRAZIA DELEDDA (1871-1936), di Nuoro. Le sue opere ebbero grande risonanza per l’attenzione e l’appassionata rievocazione del suo ambiente regionale.
Nel 1927 ricevette il Premio Nobel per la letteratura.
Ricordiamo tra i suoi più noti romanzi: Canne al Vento, Cosima, Marianna Sirca , Elias Porolu.

Di scarso rilievo è l’opera della scrittrice:

— ANNIE VIVANTI (1868-1942), nata a Londra da padre italiano Ella viene ricordata anche perché fu allieva (molto amata) di Giosuè Carducci, che fece la prefazione ad una sua raccolta di versi Lirica, edita nel 1890.
Ebbe comunque maggiore fortuna come scrittrice di romanzi (I divoratori; Vae Victis, Mea culpa; ecc) che per i suoi versi. Il suo stile, dicono i critici, è venato di un sentimentalismo abbastanza convenzionale.

Tra i poeti cosiddetti Crepuscolari troviamo :

— AMALIA GUGLIELMINETTI (Torino1881-1941), famosa anche per la lunga relazione con il poeta Guido Gozzano. Le loro Lettere d’amore furono pubblicate postume nel 1951.
Essa risentì molto nei suoi versi dei moduli dannunziani.
Scrisse poesie di una sensualità inquieta (Le vergini folli; L’insonne; I serpenti di Medusa) e romanzi con eroine travolte da passioni sconvolgenti. Scrisse anche qualche testo per il teatro.
Sera di vento

Dolce salire nella chiara sera
sola col vento che m’abbraccia, folle
più d’ogni amor, la strada erta del colle
fra un presagio lontan di primavera

Dolce, s’io pur di un’ironia leggera
mi punga, come chi desto da un molle
sogno, se quasi già dolersi volle,
ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.
Fatta serena, del destino il gioco
senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d’avanzar guardinga
E curiosa per gioir fra poco
d’altra menzogna bella di lusinga.

Poetessa, invece, di buona notorietà nella prima metà del XX secolo, è stata:

ADA NEGRI (1870-1944), lodigiana, di umili origini, che insegnò a lungo come maestra nelle scuole statali.
Tra le sue molte opere ricordiamo, ad esempio, Fatalità, Tempesta e Maternità . I suoi scritti sono da inserirsi nel filone della poesia «intimista» proprio per l’effusione dei sentimenti e per i tumultuosi ricordi personali. L’intonazione umana, schietta ed impetuosa , intesa alla ricerca del riscatto della «povera gente», le ottenne dai contemporanei vasti consensi.
Il suo capolavoro è ritenuto Il Libro di Mara (1919) rievocazione di un tardivo amore perduto.
Nei lavori più maturi, adottò moduli pascoliani e dannunziani e nelle prose (il romanzo Stella Mattutina e in alcuni libri di novelle), il tono più dimesso ed intensamente autobiografico ha accenti più persuasivi.
Delicati sono i versi delle seguenti
Nevicata
Sui campi e su le strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve
cade.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e nei giardini
dorme.

Danza la falda bianca
ne l’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa
stanca.

Tutto d’intorno è pace:
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
tace.

Ma nella calma immensa
torna ai ricordi il core
e ad un sopito amore
pensa.

Addio alla luna

La luna stilla un suo pianto d’oro nel mar di viola:
tacite lagrime d’alba, tristezza di partir sola.

Ad una ad una le stelle sono scomparse lontano:
tristezza d’aver camminato tutta la notte invano.

Si piega sempre più stanca: affonda sempre più smorta:
tristezza, innanzi alla vita,sparire senza esser morta.

Pur le conviene obbedire al Sommo che la governa:
nel vuoto che non perdona, tristezza di essere eterna.
Rami di pesco

Ferma al quadrivio, mentre piove e spiove
sotto l’aspro alternar delle ventate
schioccanti come fruste sulle facce
di chi va, di chi viene, una vecchietta
vende rami di pesco.
O primavera
per pochi soldi! O riso, o tremolio
di stelle rosee su bagnate pietre!
Scompare agli occhi miei la strada urbana
con fango e folla e strider di convogli
sulle rotaie, e saettar nemico
d’automobili in corsa. Ecco, e in un campo
mi trovo: è verde, di frumento a pena
sorto dal suolo: pioppi e gelsi intorno
con la promessa delle fronde al sommo
dei rami avvolti in una nebbia d’oro:
e peschi: oh, lievi, oh, gracili, d’un rosa
che non è della terra: ch’è di tuniche
d’angeli scesi a benedire i primi
germogli, e pronti, a un alito di brezza,
a rivolar da nube a nube in cielo.

Più recente è l’opera di:

— SIBILLA ALERAMO, pseudonimo di RINA FACCIO (Alessandria 1876 — Roma 1960), autrice determinata, che affronta la vita con maggiore audacia. Visse vicina agli ambienti culturali della sinistra ed aderì al movimento Comunista.
Seguì le innovazioni poetiche del Novecento e si legò sentimentalmente con poeti quali Cardarelli, Campana, Boine.
Ebbe un grande successo con il suo primo romanzo Una donna (1906), che per la sua tematica la mise subito idealmente a capo di un piccolo movimento femminista.
Cercò di esprimere, pur nel diffuso sentimentalismo dei versi e delle prose liriche, una sua verità nella descrizione meditata dei momenti più intensi della sua vita.
In Selva d’Amore (1947), riunì una scelta di versi tratti dai tre libri: Momenti (1921), Poesie (1928), Sì alla terra (1934), un gruppo di Frammenti di varia data e le liriche di Imminente Sera scritte tra il 1936 e il 1942.

Da Momenti:

Il tuo saluto, la sera,
gli occhi nell’ombra —
dall’ombra, e taci,
mi guardi, un minuto?-
ferma ogni vena nel mondo,
tacito aduni
gli addii della sorte,
la sera, con gli occhi
nell’ombra, ardi?
o piangi, ma forte
ma forte un minuto nel cuore
ogni vena mi ferma
il tuo saluto, la sera.

Da Poesie :

Luce di febbraio nel cielo grande,
pietre antiche in terra e fili d’erba,
la vita ha sapore di biondo vino,
anni ed eternità tramutati così,
null’altro più se non aroma e bagliore,
oh luce che trasali, oh sorte che amo!

E infine da Imminente Sera:

Vasto notturno palpito, alto aroma!
Odo azzurre stelle frusciarmi parole,
non d’umana voce, ma di gemma chiara.
Su trasognanti rupi e ombrati rovi
Remotissima la vita posa,
tacita, in tanto lume di cielo,
adorato lume, eterna fuggitiva vita.

Nella poesia contemporanea un particolare aspetto spirituale hanno le poesie di :

ANTONIA POZZI (milanese, nata nel 1912 e morta suicida a soli ventisei anni nel 1938), di cui restano un volume dedicato a Flaubert, apparso nel 1950 e un vero e proprio diario in versi pubblicato postumo, con la prefazione di Montale, dal titolo Parole 1930-1938.
Sentiero

E’ bello camminare lungo il torrente:
non si sentono i passi, non sembra
di andare via.
Dall’alto sentiero si vede la valle
E cime lontane ai margini
Della pianura, come pallidi scogli
In riva a una rada — Si pensa
Com’è bella, com’è dolce la terra
Quando s’attarda a sognare
Il suo tramonto
Con lunghe ombre azzurre a sognare
A lato — Si cammina lungo il torrente:
c’è un gran canto che assorda
La malinconia.

Delicati sentimenti la poetessa esprime in quest’altra malinconica poesia:
Un’altra sosta

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti accarezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
Che dolga di tormento e di stanchezza
Scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’ autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Saggista e scrittrice di molte opere di narrativa è stata la fiorentina:

— ANNA BANTI, pseudonimo di LUCIA LOPRESTI, (1895-1985).
Moglie del famoso critico d’arte Roberto Longhi, fondò insieme con lui la rivista Paragone.
Nel 1955 ha vinto il Premio Viareggio col romanzo Le donne muoiono.

Autrice prevalentemente anch’essa di romanzi e racconti è stata :

ELSA MORANTE (Roma 1918-1985).
Di lei ricordiamo L’isola di Arturo (1957) e La Storia (1974).
La sua poesia, Alibi (1958) e Il mondo salvato dai ragazzini (1968), che stilisticamente ha per lo più un andamento prosastico, evidenzia nei contenuti un impegno politico dell’area della Sinistra e la pone su posizioni di neo realismo.

Dalla raccolta di poesie Alibi:

Passa la cacciatrice lunare coi suoi bianchi alani…
Dormi.

La notte che all’infanzia ci riporta
E come belva difende i suoi diletti
Dalle offese del giorno, distende su noi
La sua tenda istoriata.

I tuoi colori, o fanciullesco mattino,
tu ripiegasti.

Nella funerea dimora, anche di te mi scordo,
Il tuo cuore che batte è tutto il tempo.

Tu sei la notte nera.
Il tuo corpo materno è il mio riposo.

Tra le autrici scomparse di recente si ricordano:

— NATALIA LEVI GINZBURG (Palermo 1916 — Roma 1991), autrice di romanzi e racconti.
La sua vita, dopo il matrimonio con l’antifascista Leone Ginzburg, si svolse tutta all’insegna dell’antifascismo militante. Passò gli anni tra il 1940 e il ’43 al confino con il marito, in un paese vicino L’Aquila.
Tra le molte sue opere ricordiamo: Lessico familiare, con cui vinse il Premio Strega nel 1963,
Valentino (1957), La famiglia Manzoni (1983).

MARGHERITA GUIDACCI (Firenze 1921 — Roma 1992), docente di lingua e letteratura inglese al Magistero di Roma, ha pubblicato numerosi libri di poesia, (tra gli altri:
La sabbia e l’angelo, 1946; Neurosuite, 1970; Poesie per poeti, 1987; Il buio e lo splendore, 1989) in cui porta una forte esperienza religiosa, in uno stile, sacondo la più recente critica, che varia tra «l’andamento discorsivo» e «un certo estetismo rarefatto».

Da La sabbia e l’angelo:

Ogni morte contiene in sé tutta la morte della terra.
Perciò morendo saprai
il pesce buttato a riva nella notte d’uragano
e l’arso albero e la belva atterrata dalla fame
e il riposo dei popoli distrutti
sotto le sabbie dei loro regni dimenticati.

Da Il buio e lo splendore:

Con la mappa del cielo invernale, che tu hai disegnato per me,
uscirò prima dell’alba in una piazza ormai vuota
d’uomini ed alzerò gli occhi ad incontrare
i viandanti stellari che lentamente si muovono
intorno al polo dell’Orsa. Ai più splendenti
chiederò: «Sei tu Rigel? Sei tu Betelgeuse?
O Sirio? O la Capella?», restando ancora in dubbio
(tanta è la mia inesperienza nonostante il tuo aiuto)
su quale sia la risposta. E intanto penserò
a San Juan, perché quella sarà la notte di Dio,
dopo la notte dei sensi e dell’anima; e le stelle
riconosciute o ignote, saranno per me tanti angeli
il cui volo silenzioso mi conduce verso il giorno.
E penserò anche a te, che da un altro parallelo contempli,
ugualmente assorto, lo stesso firmamento,
sentendo come me un gelo, esterno ed un fuoco interiore.
Mentre i nostri cuori lontani, che sono ancora imprigionati nel tempo,
lo scandiscono all’unisono.

Altra importante autrice è:

AMELIA ROSSELLI, nata nel 1930 a Parigi dall’esule antifascista Carlo Rosselli, ha vissuto in Francia, Inghilterra ed a Roma, dove è morta suicida 1998).
Nella sua poesia si intrecciano gli influssi dei simbolisti francesi e dei poeti italiani del Novecento. Essa sperimenta anche nuovi moduli più trasgressivi, che vanno dalla violazione delle regole logiche e grammaticali a procedimenti fonici e simbolici oscuri e spezzati.
Tra i molti libri pubblicati ricordiamo Variazione bellica del 1964, Serie ospedaliera del 1969, La libellula del 1985, Sleep del 1993.

Da Variazioni belliche:

La mia vita si salvò per un retrograde amore. La mia
vita s’impennò per una lavata di testa. Le mie circostanze
furono tali ch’io non potei scappare dagli altri.
I miei concittadini levavano bandiere e gridi e risollevarono
i cuori. Io dormivo- assaggiavo il sole

Da La libellula:

Sapere che la veridica cima canta in un trasporto
che tu non sempre puoi toccare: sapere che ogni
pezzo di carne tua è bramato dai cani, dietro
la tenda degli addii, dietro la lacrima del solitario,
dietro l’importanza del nuovo sole che appena
appena porta compagnia se tu sei solo. Rovina
la casa che ti porta la guardia, rovina l’uccello
che non sogna di restare al tuo nido preparato,
rovina l’inchiostro che si beffa della tua
ingratitudine, rovina gli arcangioli che non
sanno dove tu hai nascosto gli angioli che non
sanno temere.

Per quanto riguarda questa ricerca sulla presenza femminile nella nostra Storia Letteraria, è tempo di fermarsi, perché non ritengo possibile dare un giudizio globale, obbiettivo e distaccato delle tante autrici ancora attivamente all’opera.

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2. From various sources

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http://www.losio.com/gam03.htm

VERONICA GAMBARA

SALVE, MIA CARA PATRIA
I
Con quel caldo desio che nascer suole
Nel petto di chi torna, amando, assente
Gli occhi vaghi a vedere, e le parole
Dolci ad udir del suo bel foco ardente,
Con quel proprio voi, piagge al mondo sole,
Fresch’acque, ameni colli, e te, possente
Piщ d’altra che ‘l sol miri andando intorno,
Bella e lieta cittade, a veder torno.
II
Salve, mia cara patria, e tu, felice,
Tanto amato dal ciel, ricco paese,
Che a guisa di leggiadra alma fenice,
Mostri l’alto valor chiaro e palese;
Natura, a te sol madre e pia nutrice,
Ha fatto a gli altri mille gravi offese,
Spogliandoli di quanto avean di buono
Per farne a te cortese e largo dono.
III
Non tigri, non lioni e non serpenti
Nascono in te, nemici a l’uman seme,
Non erbe venenose, a dar possenti
L’acerba morte, allor che men si teme;
Ma mansuete greggie e lieti armenti
Scherzar si veggon per li campi insieme,
Pieni d’erbe gentili e vaghi fiori,
Spargendo graziosi e cari odori.
IV
Ma, perchй a dir di voi, lochi beati,
Ogn’alto stil sarebbe roco e basso,
Il carco d’onorarvi a piщ pregiati,
Sublimi ingegni e gloriosi lasso.
Da me sarete col pensier lodati
E con l’anima sempre, e ad ogni passo
Con la memoria vostra in mezzo il cuore,
Quanto sia il mio poter, farovvi onore.

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http://www.lib.uchicago.edu/efts/IWW/texts/htmlfiles/A0006-T002/

Laura Battiferri degli Ammannati

M.o Francesco Lacomi da Montevarchi, celebre medico di quell’età, al quale la nostra Laura diresse il seguente sonetto:
Nuovo Esculapio, che di Febo al paro
Di virtute ven gite e di splendore,
Poi che di lume, e non men di valore,
Sete or (qual ei fu già) dotato e chiaro;
Ben deve il ciel, ben dee tenervi care
Il mondo tutto, poi ch’a quell’onore
Spento, rendete a questo quel vigore,
Che torna dolce il viver nostro amaro.
Ond’io che dianzi infino a l’uscio corsi
Di lei, che l’erbe e i sughi vostri suole
Temer, quanto altri i suoi spietati morsi,
Almo Francesco, mio terreno sole,
Quando d’esser per voi viva m’accorsi,
Vi sacrai l’alma, che v’ammira e cole.

* * *

Due sono i sonetti a Madonna Lucrezia de’Soderini tra gli scritti dalla Battiferra, e non so certo qual sia quello che manda al Varchi con questa lettera. Il veder però che l’ha partorito fra tanti travagli di mente e di corpo mi fa credere possa essere il seguente, che pur in mezzo a certe freddure petrarchesche d’imitazione cinquecentistica, palesa lo stato dell’animo:
Di fredda speme e calda tema cinta
In dubbia pace e certa guerra io vivo:
Me stessa a morte toglio, e tolta privo
Di vita, a un tempo vincitrice e vinta.
Or mi fermo, or m’arretro, or risospinta
Cammino inanzi; or lento, or fuggitivo
Il passo muovo; or quanto in carta scrivo
Dispergo; or vera mi dimostro, or finta.

Piango e rido; or m’arrosso, or mi scoloro;
Or vo cara a me stessa, or vile; or giaccio
In terra, or sovra ‘l ciel poggiando volo.
Talor quel ch’io vorre; disvoglio e scaccio,
Me stessa affliggo e me stessa consolo:
In tale stato ognor vivendo moro.

* * *

Il sonetto del Varchi, di cui si parla qui, è forse quel che comineia: Amor per sua bontà l’ali oggi impiume, e che risponde all’altro di Laura:
Varchi, ch’al ciel le gloriose piume
Qual bianco cigno eternamente alzate
Cinto le tempie delle vostre amate
Frondi, e sì care al gran rettor del lume;
Se chi voi lodar vuole, invan presume
Rendervi conto alla futura etate;
Se le glorie presenti e le passate
Sono al vostro valor picciol volume;
Io come mai potrò pur col pensiero
L’orme di voi seguir, presso o lontano,
Che ‘n terra giaccio angel palustre e roco?
Ben ho provato sopra il corso umano
Ergermi dietro il vostro raggio altero,
Ma tosto Icaro fui tremante e fioco

* * *
Il sonetto di Lelio Bonsi comincia: Quando da lungo e grave sonno desta, ed è pubblicato nel Primo libro delle opere toscane di Laura, insieme alla risposta di lei, che è la seguente:

Anima bella, che leggiera e presta,
Con le piume ch’altere ti donaro
Tuo merto e altrui valor pregiato e raro,
Ten voli a vera gloria e manifesta;
Che può la mia, a cui fera e molesta
S’oppon fortuna, sì che ‘n molto amaro
Cangia ‘l suo poco dolce, e Febo avaro
Quanto a te largo i suoi tesor non presta;
Se non seguir così gravosa e zoppa
La luce tua, che lo più chiare stelle
Avanza e di virtute e di chiarezza?
Nè altra strada cerch’io, perchè favelle
Di me la gente in Elicona avvezza,
Scevra da lei ch’a tergo mi galoppa.

* * *

M. Luca Martini, cui è indirizzato il sonetto:
Deh! se quel vivo, chiaro sol, che luce
Sì, che non pur lo suo toscan paese
Rischiara e desta a gloriose imprese,
Ma ‘l mondo tutto al primo opra conduce;

A quella chiara vostra e viva luce,
Che mai non eclissò, largo e cortese
Giunga sempre splender, che senza offese
Di nebbie o venti altrui sia scorta e duce;
Lasciate (prego) le pisane sponde,
Luca gentile, e venite ove Flora
Vostra vi chiama ognor tanti anni indarno.
Ella vi chiama, ma nessun risponde:
Venite omai, chè qui sarete ancora
Utile e caro al duce d’Arbia e d’Arno.

* * *

Alla signora Leonora Cibo de’Vitelli, moglie di Chiappino, son indirizzati varii sonetti della Battiferra. Quello di che si parla nella presente lettera e da credere sia il primo:
O di casta bellezza esempio vero,
E di rara virtude ardente raggio,
Donna, che ‘n questo uman cieco viaggio
Ne mostrate del ciel l’alto sentiero;
Voi sola il nostro verno ingrato e nero
Cangiate in chiaro e grazioso maggio
Voi sola, col parlar cortese e saggio,
Rendete umile ogn’aspro ingegno e fero;
Tal ch’io, che vaga son del vostro lume,
Con l’ali del pensier tant’alto ascendo,
Quanto in bianco angel basta a cangiarme.

Indi, fuor d’ogni mio vecchio costume,
Da Voi, dalla stagion novella prendo
Tanto vigor, ch’io sento eterna farme.

AND FROM WEB ANOTHER ONE

A piè dell’onorate antiche mura,
di cui memoria ancora il tempo serba,
lungo il bel monte che verde e superba
alza la fronte sí che il ciel ne fura,

vidi quell’acqua cristallina e pura
che i prati infiora e la campagna inerba,
e che a me già nella stagione acerba
empie il petto di dolce onesta cura.

— Fiesole mio gentil, Cecero adorno,
Doccia serena, ombrosa valle e queta,
perché non poss’io far teco soggiorno?-

Cosí diss’io, mentre, al più caldo giorno,
porsi la bocca disiosa e lieta
piú volte al fonte ch’innondava intorno.

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